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MGMT "Time to Pretend" Live @David Letterman, from "Oracular Spectacular" 2007
Coming Soon!/In Arrivo!
Comincio subito con il darvi una bellissima notizia, con questa recensione ritengo completata la Discografia della Rossa presente in DeBaser (qualcosina pur mancherebbe ma vi spiegherò più avanti) perciò fino al 2008, anno presumibile di sue Nuove Uscite vi siete tolti sto peso...
Allora, nel 2005 Tori Amos pubblica il suo meno ispirato Album in Studio e cioè quel "The Beekeeper" prolisso polpettone NeoPop che solo un fan incallito puo' apprezzare e ne fa seguire il"The Original Sinsuality Tour" nella Primavera dello stesso anno e nella successiva Estate il "Summer of Sin".
Dal primo furon registrate nella loro completezza sei esibizioni, quattro negli States e due in Inghilterra e poi pubblicate nel 2006, prima separatamente e poi in cofanetto con il titolo appunto di "The Original Bootlegs", di questa Raccolta Live dunque vi parlerò...
Però prima devo fare un passo indietro per far capire meglio il Senso dell'Opera:
Fino al Tour che seguì "Boys for Pele ('96) la Rossa non si fece mai accompagnare da una Band preferendo esibirsi in solitudine con il suo pianoforte e la prima volta che (escludendo comparse televisive) questò capitò fu nel "Plugged Tour" del '98, da li in poi la Cornflake Girl alternò i due modi di esibirsi dal vivo... nel 2005 la scadenza la vedeva sola soletta lei e la sua compagnia di "Strumenti Tastierati"...
L'esibizione durante questo Show prevedeva essenzialmente cinque parti, la prima basata prevalentemente su canzoni di "The Beekeeper", una seconda dedicata a due Cover (una delle quali scelta dai fan durante gli incontri preconcerto che avvenivano nel pomeriggio) e successivamente Ripresa e due Bis con la massiccia presenza di Classici.
Ovviamente nei sei dischetti questa "struttura" è ampiamente riflessa, magari con piccoli tagli dovuti a questioni di tempo ma la descrizione sopra è fedele a quello che si trova nelle registrazioni, con la precisazione che nella miglior tradizione della Amos ogni disco è molto diverso l'uno dall'altro, come scaletta, perciò il cofanetto nel suo complesso da un'ottima vista sulla sua carriera fino al 2005, riproposta come detto in chiave live, solo Piano (o similia, lei si portava in palco anche una tastiera elettrica ed un organetto) e voce per la maggior parte Unplugged.
Passando alle considerazioni generali il discorso è sempre il solito: è ovvio (considerando anche se si è predisposti per il genere) che esibizioni minimali come queste possono anche "urtare" e non essere gradite perciò è abbastanza chiaro che un'operazione del genere è rivolta per lo più ai fan storici (o comunque a chi avvicinandosi alla Rossa fnisce per esserne totalmente rapito) e non è sicuramente il miglior modo per avvicinarla da parte di un Neofito a cui comunque consiglio sempre e fino alla morte di ascoltare (in ordine cronologico) gli Album dei '90, compreso "To Venus and Back" del '99 dove il secondo disco "Live, Still Orbiting" offre una bella esibizione questa volta con tanto di band.
Piccolo discorso a parte meritano le Cover proposte perchè è divertente osservare i vari passaggi che Tori compie da genere a genere (influenzata anche nel 50 per cento dei casi dalle scelte dei suoi fan... ovvio). Lascio comunque alle singole sensibilità le valutazioni mettendo una piccola Lista delle più curiose lasciando un pò di sorpresa sulle altre:
I Ran (A Flock of Seagulls)
Don’t Look Back In Anger (Oasis)
My Favorite Things (Rodgers & Hammerstein / Sound of Music)
Total Eclipse of the Heart (Bonnie Tyler)
Like a Prayer (Madonna)
Livin’ On A Prayer (Bon Jovi)
Nella speranza che i parecchi Link proposti (li ho messi perchè essendo una sorta di tirare le somme DeBaseriana sulla Tori mi sembrava bello dare un pò di materiale) si aprano (li metterò nei commenti altrimenti) chiudo dicendo che in questo ultimo anno ho proposto recensioni sul materiale meno noto della Rossa perchè i Classici eran già tutti recensiti e ho incluso oltre a Live e Raccolte anche due Singoli che nella sua Discografia Ufficiale son inseriti come EP,a dire la verità ce ne sarebbe un altro "Professional Widow che è un Rmx di Van Helden ma dato che c'è più lavoro del buon Armand che non di Tori, in sto dischetto, caso mai lo recensirò (molto) più avanti accreditandolo al primo.
Poi mancherebbe anche "Y Kan't Tori Read, Album del primo Gruppo della Rossa, ma visto che è stato da lei disconosciuto io obbedisco alla mia Dea e lo lascio fare eventualmente a qualcun altro.
Ho concluso (solo con Tori eh...)
Mo.
Revelations, Iron Maiden
Due Giorni a Parigi (Deux Jours à Paris) di Julie Delpy (Fra), 2007
Armin Van Buuren, A State of Trance 2006
Allora, innanzitutto devo dire che questa è una recensione di protesta... CD2 - In The Club
Protesto perchè la mia Bellissima Recensione di Iron Maiden non è stata nemmeno presa in considerazione e neanche per i Casi Letterari e questo mi ha rattristato alquanto costringendomi per giorni dentro la mia Cameretta a piangere (e tutto il mondo fuori?)...
Perciò se non volete i Maiden beccatevi sta recensione Trance (non Trans, Trance ho scritto...).
Brevemente, la Trance è uno stile musicale elettronico nato nel corso dei '90, diffuso soprattutto da esponenti del Nord Europa (Germania, Gran Bretagna e ovviamente Olanda) e in parte anche negli U.S.A., West Coast (mai sentito parlare di Gabriel & Dresden?) che ha come caratteristiche sonore quelle tipiche dei Martelli da Discoteca (4/4 a nastro e 150 ca. bpm a pedalare...), si sviluppa solitamente su basi remixate, e presenta sviluppi abbastanza semplici, il tutto ruota attorno ad una melodia che si ripresenta in puntate abbastanza regolari, si puo' dire che se il Pop classico si sviluppa nella sequenza Strofa, Ritornello, Strofa etc. etc., la Trance ha come momenti canonici un intro, abbastanza lisergico di solito, seguito da un momento in cui il DJ accende progressivamente tutte le macchinette (su Wikipedia sta fase viene chiamata Groove, a me l'immagine del tipo che riempie di Suoni la base piace di più), poi la Fase Melodica vera e propria con le caratteristiche ritmiche dette prima ed un Outro che in genere ricalca l'Intro, in soldoni è Musica fatta per far ballare la Gente al ritmo dell' Unz Unz che ci piace tanto e se poi sotto c'è una suadente voce femminile tanto è meglio...ultima cosa il nome deriva dalle intenzioni "emozionali" dei primi fautori del genere (che senza dubbio è figlio di secondo Letto della Techno dei primi '90 che ebbe una relazione clandestna con la House dello stesso periodo)
So che dirò una cosa che ai puristi dell' Arte Musicale suonerà eretica ma la Trance vive soprattutto nel momento "Live" dell'esibizione perciò non esistono (o ne esistono ben pochi) Dischi d'inediti ma si posson trovare Raccolte simili a Best of, con la postilla che, teoricamente, per definizione ogni pezzo nasce e muore in Discoteca seguendo lo Spirito del momento del Dj che dipende da vari fattori ambientali e non che mi sembrano talmente logici che non andrò ad elencare...
Comunque di una Raccolta appunto andrò a parlarvi, e in particolare di una di quello che si può considerare il miglior esponente (insieme al connazionale Tiesto) del genere e cioè il Tulipano Armin Van Buuren.
"A State of Trance" è il nome di uno spettacolo radiofonico che il Van Buuren (qui una Biografia.) tiene dal 2001 e questo Disco contiene le migliori Performance del 2006.
Il Doppio Cd contiene qualche pezzo originale del Orange Tranceomane (Trance... capito.. non Trans...) ma soprattutto Rmx di Pezzi Trasmessi ed emoelettricamente modificati (qualcuno immacolato a dire la verità) dal nostro, sotto la lista tanto per farvene un'idea:
CD1 - On The Beach
Le Caratteristiche "Tecniche" dell'Opera sono quelle tipiche del genere che quindi ho già esposto e penso che i Titoli dei singoli cd facciano capire le sensazioni che il buon Armin vuol evocare (a parte far ballare la gente ovviamente), perciò non spendo ancora parole in questo senso.. ma vorrei dire altro...
Si, insomma come ogni buona Protesta qualcosa di puramente personale devo portarlo no?
Nulla di particolare per carità ma solo quello che a me questo Cd di "Arte Povera" trasmette...
Si, insomma, avete presente quando dovete fare un lungo viaggio in macchina nella Notte e contemporaneamete sognate il Mare e magari fuori piove che Dio la manda, oppure vi ricordate la prima cottarella da Discoteca (dai che c'andavate tutti...) e quegli occhioni blu che ogni volta che sentite un 4/4 a 150 bpm vi scende la lacrimuccia e ancora serate casalinghe in cui ci si annoia di tutto e alle 2 A.M. la vostra F.M. preferita trasmette solo ritmi sincopati e almeno quelli vi tengono compagnia?
Oppure avete presente il motto "Sempre più Commerciale fino alla Vittoria Finale!"?
No... dite che sono malato io?
Forse... ma ora scusate, ho un Mare immaginario che mi aspetta...
Mo.
P.S.: Per non aver altre Recensioni del (e di) Genere invitate in massa gli Editors (quelli di DeBaser eh, non il Gruppo Britannico, simpatici ma con i Maiden non c'azzeccano una cippa) a pubblicare la Recensione di cui parlavo all' inizio...
P.S.2: Per i Link stavolta ce l'ho messa tutta... se non si aprono vorrà dire che sono irrecuperabile...
| Il Peggior Cantante Italiano: voti : 21 |
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| Eros Ramazzotti | |
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voti 1 (4.76%) |
| Gigi D'Alessio | |
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voti 17 (80.95%) |
| Jovanotti | |
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voti 2 (9.52%) |
| Nek | |
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voti 1 (4.76%) |
Dylan Dog N. 74: "Il Lungo Addio" (Ita) Novembre 1992, Sergio Bonelli Editore
Soggetto: Mauro Marcheselli
Sceneggiatura: Tiziano Sclavi
Disegni: Carlo Ambrosini
Copertina: Angelo Stano
Tra tutti i numeri di Dylan Dog (267 a questo Dicembre) "Il Lungo Addio" è probabilmente il meno rappresentativo e considerando che il personaggio non è mai stato recensito su queste pagine avrei dovuto sceglierne un'altro ma, si sa, io ragiono più di torace che di cranio e nonostante non sia "cerebralmente" nemmeno il mio preferito della serie (che sono ad ex aequo il numero 61 "Terrore dall'Infinito" ed il 125 "Tre per Zero") ho scelto di seguire il miocardio e parlare di questo numero dal titolo "chandleriano": a voi giudicare poi la validità della mia scelta.
Prima però parlami un pochino di Dylan Dog:
Dylan Dog nasce a metà anni '80 dalla fantasia di Tiziano Sclavi e viene pubblicato (con le fattezze di Rupert Everett per la prima volta a fine '86 dalla"Sergio Bonelli Editore", casa italiana specializzata in mensili a fumetti ("Tex" su tutti) e dalla stessa è tutt'ora curato attraverso una serie mensile (che presenta ben tre ristampe) ed un innumerevole numero di edizioni extra la serie ufficiale ("Gigante", "Almanacco","Speciale" etc. etc.). Vive a Londra insieme al fedele Groucho, è un investigatore privato (si occupa di casi "particolari": la dizione ufficiale è "Indagatore dell'Incubo") è un donnaiolo impenitente, anche se lui dichiara di innamorarsi ogni volta, ed è diventato per almeno due generazioni (soprattutto per chi tra gli '80 e i '90 era "gggiuovane") un vero simbolo (come lo era stato il già citato "Tex" per le generazioni precedenti) tanto da esser stato oggetto di attenzioni particolari da parte di stampa, media ma anche da parte di sociologi, psicologi e mondo acacdemico vario: per non parlare dei molti tentativi di censura avvenuti nel primo lustro di vita che scatenarono il leggendario n.69 (ma si sa: tette, culi ed esecuzioni in televisione benissimo, un pò di splatter in carta stampata meno...) e che purtroppo ebbero una ricaduta nello stile visto che con il tempo contenuti e disegni divennero sempre più "blandi" in un progressivo (se pur lento e con la complicità del parziale abbandono di Sclavi dal ruolo di soggettista e disegnatore) decadimento che arrivò alla scarsa qualità di questi ultimi anni: ma almeno fino al '97 è doveroso parlare di "opera sorprendente".
Soprendente per la forza del personaggio: sospeso tra il ruolo di perdente ed eterno sognatore e quello di duro da noir. Per le storie: ricche di spunti non solo orrorifici ma anche di richiami intimisti e/o di attualità (e non parliamo del meraviglioso universo citazionista, a tutto campo, creato da Sclavi). Per i personaggi di contorno, tutti azzeccatissimi: oltre a Groucho si devono nominare per forza Bloch, Wells e la Trelkowsky e non dimentichiamo la serie di abilissimi disegnatori che si sono impegnati negli anni: Claudio Villa, Angelo Stano, Corrado Roi, Bruno Brindisi e altri di grandissimi che magari sto dimenticando...
"Il Lungo Addio": Una Recensione "Seria"
Un giorno si presenta alla porta di Dylan Dog una persona particolare: Marina Kimball.
Marina non ha casi da proporre all'indagatore dell'incubo ma si è semplicemente persa e ha bisogno di Dylan Dog per ritornare a Moonlight: il suo piccolo paese. Dylan Dog sconcertato capirà che di fronte ha il suo grande amore adolescenziale e non esiterà a riaccompagnarla a casa in un viaggio che si rivelerà un'esperienza catartica volta a sondare i turbamenti stessi (con tutti i suoi contrasti) del giovane Dylan (e passatemi la citazione...).
Dicevamo che "Il Lungo Addio" è un numero poco rappresentativo e le ragioni essenzialmente sono che è l'unico (almeno in quegli anni) a non aver nessun legame con vicende che si possano accostare al mondo dell'Horror, è l'unico dove si vede il protagonista quando era un ragazzino e soprattutto è l'unico senza nemmeno una delle famose freddure di Groucho. Tutte queste peculiarità si devono al fatto che gli autori (Marcheselli e Sclavi) volevano dare ancor più unicità ad una vicenda che già di per se (essendo puramente una storia d'amore) era una mosca bianca e praticamente fuori dal tipico contesto del fumetto.
A scanso di equivoci il numero "74" non ha nulla di melenso in se: i sentimenti sono rappresentati "crudamente", senza sconti, con quella ruvidezza che solo l'adolescenza (nel suo essere integralista per definizione) può permettersi: in un certo senso è molto più violenta la civetteria di Marina che non le centinaia di scene splatter viste fino allora nella serie. Questa purezza d'intenzioni è la parte affascinante del tutto, quella che cattura: le paure della giovinezza (splendida la scena in cui Dyland Dog vede l'orrore che è intrinseco nell'invecchiare, le inquietudini nel vedersi diversi e la stessa forza dicotomica che spinge ad esserlo per forza, la non accettazione di se e il voler non essere escluso da nessun "meraviglioso" universo sono le varie tematiche proposte con una semplicità disarmante che dimostra un'abilità poetica non indifferente ed una capacità assertiva nel riuscire a narrare sentimenti universali senza esser mai banali.
E' impossibile leggere "Il Lungo Addio" e non percepire che si sta narrando qualcosa che appartiene a tutti quanti e che però per tutti rimane intimo. Come ritrovare un ricordo di gioventù che si pensava perso e scoprirne il cambiamento di significato: da cosa preziosa a cimelio da conservare ognuno nel proprio Sacrario...
"Il Lungo Addio": Un pensiero illogico di Mo.
La Fragilità è la cosa più terrorizzante: nulla è più pericoloso di un essere indifeso. Quando si è giovani non lo si capisce, quando si è vecchi si rimpiange di non aver affrontato il mostro. Come San Giorgio contro il Drago. Perchè e' il profumo stesso di un'anima da salvare che può portarti alla perdizione e li nessun dio potrà mai salvarti sia che tu ne sia consapevole sia che tu venga ingannato da una parvenza di purezza.
Ogni giorno che passa lento ed ogni altro che se ne va via veloce è pieno di trabochetti ed insidie: e la belva è bravissima a nascondersi pure dietro ad un malinconico sorriso. Ed è divertente come al tramontare del sole si venga travolti dalla nostalgia del pericolo e si vorrebbe tornare indietro ad affrontarlo nel suo, oscuro, antro...e magari un millennio dopo ritrovarlo e accorgersi che si trattava solo di un malconcio agnellino. Ma quando si è giovani lo sguardo è portato ad essere facilmente ingannato mentre tutti gli altri ridono.
Vedere la bellezza e uscirne vivi è cosa da serbare come nella propria aiuola per non farla sfiorire: ma quanto rimpiangi quella pianta carnivora travestita da margherita?
C.G. (Girlanachronism)
"Posso leggere la Bibbia, Omero o Dylan Dog per giorni e giorni senza annoiarmi" (Umberto Eco)


E Ti Vengo a Cercare di Franco Battiato


Andrew W.K., I Get Wet
"Questa Recensione è un Doppione." (Un DeBaseriano a Caso)
"We want fun and you better believe it!
We want fun 'cos we desperately need it!
We want fun, but you don't understand...
... you gotta HEY! HEY! HEY! HEY! make me a man!" (Andrew W.K.)
A poco più di un anno dalla mia "Nascita DeBaseriana" mi concedo una Recensione puramente fancazzista perchè due giorni fa stanco di ascoltare cose autunnali ho deciso di concedermi qualcosa di pura evasione e visionando la mia collezione è saltato fuori questo "I Get Wet" della Meteora, dal Passato oscuro e dal Futuro incerto, "Andrew W.K." (2001).
Ancora una volta partirò dalle conclusioni:
questo Disco è talmente irrilevante dal punto di vista artistico e così smaccatamente derivativo che ascoltandolo viene solo voglia di saltare in giro per casa e trovare qualcosa da frantumare fragorosamente, chiarito sto punto, ammettendo che questo è lo scopo dichiarato dell'Autore e unendolo al fatto che durante una festina, anni fa, mi sono procurato una ferita lacero-contusa al capo ballando (?) "Party Hard" sarò molto accondiscendente verso "l'Opera"... e fanculo l'obiettività, ma non è cosa a me nuova penso...
La biografia del tipo è abbastanza fumosa e riassumendola dice che a 4 anni sapeva già suonare il Pianoforte, che a 13 aveva già collaborato con molti gruppetti della sua città (Stanford, California) e che a 22 pubblicò la sua Opera Prima, "I Get Wet" appunto, che fu un inaspettato successo di pubblico visto che il buon Andrew saltò praticamente fuori dal nulla, negli anni successivi rilasciò altri dischi, che non replicarono le fortune del primo, ma mi fermo qui perchè c'è ben poco da sapere oltre, visto che lo stesso musicista fa filtrare ben poco di lui.
Parlando del disco non occorre certo essere fini intenditori per capirne i propositi, "I Get Wet" vuole solo divertire, far ballare (?) e portare per una volta alla ribalta delle Cronache quella Generazione sospesa tra l'essere un pò Weird e un pò Nerd, decisamente Loser insomma (ho messo troppi inglesismi?) e anche fare un pò di bei soldini ovviamente, grazie a tutti quei ritornelli fastidiosamente Pop che Andrew W.K. mette in mezzo a ritmi decisamente serrati che invitano ad un sano moshing senza troppi complimenti.
Fastidiosamente certo, però essendo noi umani non ci si deve stupire se poi sotto la Doccia o per Strada ci si ritrova a canticchiare lil motivetto della Kissiana "She is Beautiful".
Citati i Kiss si è fatta molta dell' "Opera", se poi si aggiunge un pò di attitudine elettro, la si combina con un pò di FM Punk e si mescola il tutto con una propensione all'inutile eccesso si ha "I Get Wet" bello che formato ma è anche inutile citarne le influenze basterebbe dire tre parole: Ignorante, Ignorante, Ignorante... ma con gusto del Divertimento, spensierato e molto, molto, molto cazzaro...
Si, insomma un Disco prescindibile che non da niente alla Storia dell Musica ma, bisogna ricordarlo, non ne ha neanche la lontanissima intenzione ed il ritornello di "We Want Fun" che cito all'inizio sta li a scolpirlo ben chiaro nelle Mente.
Ecco, se avete una Festina da organizzare ve lo consiglio e ora mandatemi pure affanculo.
Mo.
P.S. in tutto questo non vi nascondo che le Tre Stelle le darei solo per la Copertina....
Sapori e Dissapori (No Reservations) di Scott Hicks (U.S.A.), 2007
di Valerio Evangelisti
L’identità dei rumeni è tale da rendere difficoltose le campagne d’odio razziste cui siamo ormai abituati. Sono di pelle bianca. Sono in maggioranza di fede cristiana (sia pure nelle variante greco-ortodossa). Parlano una lingua che discende in linea diretta dal latino. Fanno parte dell’Unione Europea.
Non si possono applicare loro, insomma, i consueti alibi che giustificano il razzismo dilagante in questa porcheria di paese: lo “scontro di civiltà”, la “lotta al terrorismo”, la differenza di culture, e via delirando. I rumeni si chiamano così proprio per l’impronta lasciata loro dall’annessione a Roma – ammesso che simili argomenti abbiano un senso. Anzi, quando l’impero romano era ormai scomparso, là se ne teneva vivo un brandello. Dico questo per prevenire le obiezioni delle canaglie fasciste, sempre pronte ad asservire la storia per giustificare i propri delitti. Non vi serve cercare Dna particolari. La Romania era ed è più latina di quanto non lo sia l’ipotetica “Padania”. Se siete fascisti, siatelo fino in fondo. Se siete “padani”, andate affanculo. Da bravi barbari, vi bevete l’acqua del dio fiume, con larve annesse. Prosit!
Veniamo al caso che invade le cronache. Un rumeno, per la precisione un Rom, violenta e uccide una povera donna. Dove abito io, l’ultima violenza carnale di una lunga serie è stata commessa, se ricordo bene, da un calabrese ubriaco. Non mi risulta che, per questo, la Regione Emilia-Romagna abbia rotto le relazioni con la Regione Calabria, né che si sia scatenata una caccia al calabrese.
Invece, se le cronache dicono il vero, il governo Prodi avrebbe richiamato l’ambasciatore in Romania. Non so se la notizia sia fondata, però ho visto Walter Veltroni, segretario del futuro Partito Democratikkko e sindaco di Roma, lamentare a Ballarò che i rumeni in Italia sono troppi (riecheggiando Beppe Grillo, altra brava persona), e rivendicare con orgoglio la distruzione delle loro baracche (dove siano finite le famiglie degli “sfollati” non si sa). Intanto, grazie anche alle indirette istigazioni dello stesso Veltroni, squadre di “giustizieri” sprangavano rumeni qualsiasi mentre, carichi di borse, uscivano da un supermercato, e distruggevano un negozio di “specialità dalla Romania”. Il Giornale applaudiva questa reazione spontanea delle masse.
A mia conoscenza, mai il governo degli Stati Uniti ha convocato diplomatici italiani per rinfacciare loro ciò che stavano facendo, in territorio americano, gli affiliati alla Mano Nera o a Cosa Nostra. Pescava i colpevoli, se ci riusciva, e li sbatteva in galera.
Solo da noi si fa ricadere un crimine su un popolo intero, e si prende a pretesto un delitto per criminalizzare una nazionalità nel suo complesso. Che i rumeni si consolino. Prima era già accaduto agli albanesi, ai nordafricani, ai polacchi, agli “slavi” in genere, ai meridionali. Nel Medioevo, i Veltroni di allora (o i Fini, o i Casini, o i Berlusconi, o i leghisti del tempo) imprecavano contro gli ebrei, che dissanguavano bambini cristiani. La - da me non tanto - compianta Oriana Fallaci inveiva contro i somali, rei di sporcare Firenze. Ogni epoca ha il suo stronzo, e la sua vittima.
Tornando ai rumeni, delinquenti per vocazione genetica, cos’abbiamo fatto noi a loro? Una qualche reciprocità esiste.
Era appena caduto il regime di Ceausescu e già migliaia di “imprenditori” italiani (chiamiamoli con il loro nome: “padroni” e “padroncini”) si fiondavano in Romania, come in altri paesi dell’Est, alla ricerca di manodopera sottopagata. L’avvilente epopea di questi tristi avventurieri è appena stata narrata da Andrea Bajani in un bellissimo romanzo, altamente consigliabile: Se consideri le colpe, Einaudi, 2007. I “portatori di progresso” italiani si rendevano complici di un doppio crimine: togliere lavoro in Italia e instaurare lavoro schiavistico altrove. Intanto un paese, sottratto a una dittatura ma lasciato nelle braccia del neoliberismo più brutale, assisteva a un degrado progressivo, e diventava tra i massimi esportatori di delinquenti e, soprattutto, prostitute. Nessuno, come i clienti di queste ultime, apprezza i benefici del capitalismo. D’altronde la merce è varia: un volo aereo e c’è, alla periferia di Timisoara, un bordello in cui sono in vendita minorenni dei due sessi. I padroncini vi si affollano.
Fa comodo la miseria altrui, purché resti a casa propria. Se viene qua, si trasformerà in puro accidente o in scelta criminale.
Che schifo! Che paese (o etnia, a questo punto?) di merda è diventato l’Italia!

